domenica 23 luglio 2017
giovedì 22 giugno 2017
Andrea Maiello: "Pinocchio: un libro parallelo di Giorgio Manganelli" 3^ parte
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| Urbino: Casa della Poesia |
Un terzo tema che attraversa le tavole di Marisa
Bello e Giuliano Spagnul - e che permette di dividere i quadri in tre insiemi,
tutti costituiti da quattro tavole - è quello della nascita. Se non stessimo
parlando di Pinocchio, sarebbe stato naturale partire da qui: la logica
impone che la nascita sia la premessa necessaria per la metamorfosi e la morte.
Pinocchio, tuttavia, non è un libro che segue la logica, e il suo
intreccio rende precaria ogni gerarchia. A ben pensarci la nascita di Pinocchio
è già una metamorfosi: Geppetto costruisce un burattino, ma il pezzo di legno
che compare all’inizio del romanzo può ascoltare, parlare, sentire dolore e
solletico. Ha perfino dei precisi tratti caratteriali, visto che è dalla sua
insolenza che nasce il bisticcio tra maestro Ciliegia e Geppetto. E ancora: nel
finale del romanzo Pinocchio si addormenta burattino e si sveglia bambino in
carne e ossa, ma la presenza del vecchio burattino inanimato sulla seggiola
rende difficile capire da dove provenga il suo nuovo corpo e cosa sia accaduto
di preciso (a rigore, il legno non si è trasformato com’era accaduto nel Paese
dei Balocchi, tant’è che nel finale abbiamo due Pinocchio, uno di carne e uno
di legno). Metamorfosi, morti, nascite si legano in modo così stretto, nel
testo di Collodi, da rendere spesso difficile un’analisi separata dei tre temi.
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| C'era una volta |
La
prima tavola in cui è possibile
rintracciare il tema della nascita si intitola C’era una volta. Il
titolo riprende l’incipit del romanzo, in cui Collodi, dopo aver
utilizzato la formula introduttiva tradizionale delle fiabe, non resiste alla
tentazione di destabilizzare il lettore presentando un protagonista del tutto
insolito («C’era una volta…. — Un re! — diranno subito i miei piccoli lettori. —
No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno»). È significativo
che per la tavola sia stato scelto questo titolo, perché sottolinea bene, mi
pare, la volontà di rappresentare non tanto la nascita del burattino (pur
presente nel quadro), quanto l’origine della narrazione, che sarà la vera
protagonista del libro parallelo. Manganelli si sofferma con attenzione su
questa «frode iniziale», che «ha dato accesso sì al luogo della fiaba, ma di
fiaba diversa»: proprio su questo re assente inizierà infatti a prendere forma
la prima storia parallela. Ma non per questo dimentica il pezzo di legno: «quel
legno», scrive Manganelli, «è materia che chiama la distruzione e la cenere, e
insieme vuole diventare e trasformarsi». L’inizio della storia racchiude già tutto
il complesso impianto simbolico che sarà al centro del libro parallelo, e porta
in sé, in nuce, quella vocazione alla morte e alla metamorfosi che inseguirà Pinocchio
per tutto il romanzo.
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| Nel paese di Acchiappacitrulli |
Acchiappacitrulli è la tavola dedicata al luogo in cui Pinocchio
si reca, nel capitolo XIX, per denunciare il furto delle monete d’oro che il
Gatto e la Volpe hanno realizzato ai suoi danni. Nel mondo alla rovescia di
Acchiappacitrulli, essere un «povero diavolo» è una colpa: per questo
Pinocchio, nel momento in cui chiede giustizia, viene arrestato e condannato a
quattro mesi di prigione. Sarà liberato in seguito a un’amnistia, ma solo dopo
aver assicurato al proprio carceriere di essere un «malandrino» e di avere
quindi diritto alla scarcerazione. Come le morti e le metamorfosi, anche le
nascite, in Pinocchio, possono essere simboliche, e dietro questa
disavventura di Pinocchio Manganelli intravede una storia parallela. Nel mondo
distopico di Acchiappacitrulli Pinocchio vive la sua catabasi, una degradazione
dalla quale uscirà rigenerato. Della pena di Pinocchio, osserva Manganelli, «non
sappiamo nulla, quasi fosse una sospensione di vita»: tornerà dunque alla vita
solo quando la pena avrà fine. Il carcere è, per l’innocente Pinocchio, il
contrappasso necessario per accedere simbolicamente ad una nuova vita.
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| Sapore di madre |
Il tema della nascita è evocato fin dal titolo
nella tavola Sapore di madre, la seconda che Marisa Bello e Giuliano
Spagnul dedicano alla Fata, uno dei personaggi più affascinanti del libro di
Collodi. «Dovunque sia», scrive Manganelli, «in questo libro senza Re, essa è la
Regina, la Regina solitaria ed infeconda, la Signora degli animali, la
vecchina, la donnina stanca sotto il peso delle brocche, la padrona della
Lumaca, la Bambina morta; ma anche, la metafisica adescatrice di un fratellino,
un figlio». La Fata è ubiqua, in Pinocchio: anche quando è assente, se
ne percepisce la presenza o se ne sospetta l’intervento, spesso mediato dagli
animali che mostra di saper governare secondo i suoi desideri. L’oscuro
rapporto che lega Pinocchio e la Fata attraversa tutto il Pinocchio
parallelo e occupa alcune delle sue pagine più belle. Manganelli
riconosce tra Pinocchio e la Fata un legame occulto: la Fata era Bambina ed è cresciuta,
a differenza di Pinocchio, che vorrebbe crescere e non può. «Entrambi mancano,
dai lati opposti, l’umano» e «questa posizione intermedia, centrifuga, li lega
duramente». La vocazione alla maternità della Fata trova un destinatario
perfetto in Pinocchio, che non è mai stato generato e che per tutto il romanzo sarà irretito dalle
dolci sevizie dell’unica madre che gli è possibile.
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| Il pescecane |
L’ultima tavola, intitolata Il Pescecane, è
dedicata a uno degli animali più rappresentativi del romanzo di Collodi: è nel
ventre di questo pesce, infatti, che si conclude finalmente la ricerca di
Geppetto. Ma il Pescecane è anche uno
dei personaggi più terribili, mostruoso fin dalle descrizioni con cui viene
evocato nei capitoli precedenti, che lo rappresentano «più grosso di un
casamento di cinque piani». il Pescecane è animale brutale e violento: noto tra
al Delfino per la sua ferocia, ci viene presentato addirittura con un
soprannome («l’Attila dei pesci») che si è guadagnato «per le sue stragi e per
la sua insaziabile voracità». Un simile dispensatore di morte appare del tutto
agli antipodi rispetto al tema della nascita. Eppure il Pescecane è l’unico
personaggio che abbia in un certo senso partorito Pinocchio, portandolo alla
luce dal suo ventre. Pinocchio, scrive Manganelli, «è immerso in un corpo, nei
suoi umori viscidi; gli è stata imposta un’esperienza fetale, che deve subire […].
Il Pescecane appare come una versione infinitamente fonda della madre, qualcosa
di casualmente gravido, gestante degli abissi, bocca divorante navi e vegliardi
e burattini, orifizio che, negli stessi singulti della decadenza,
assonnatamente genera». Ed ecco che Pinocchio, infine partorito dal Pescecane,
torna al mondo mutato nell’animo, pronto finalmente ad assumere il ruolo di
figlio nei confronti di Geppetto e della Fata. Il capitolo successivo lo vede
prendersi cura di entrambi diligentemente, con abnegazione e spirito di
sacrificio: questo parto paradossale - il solo in qualche modo confacente alla
sua natura eccentrica - lo restituisce al mondo profondamente cambiato. Rinato,
trasformato, o forse in qualche modo già morto: un bambino vero prenderà presto
il suo posto e del vecchio Pinocchio non rimarrà che «una reliquia», «una salma».
Ma, conclude Manganelli, «quel metro di legno continuerà a sfidarlo».
martedì 6 giugno 2017
Andrea Maiello: "Pinocchio: un libro parallelo di Giorgio Manganelli" 2^ Parte
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| Urbino: Casa della Poesia |
Un altro tema di Pinocchio che Manganelli
porta in superficie nelle sue pagine “parallele” è quello della morte: il
burattino di Collodi, infatti, si trova spesso in condizione di rischiare la
propria vita - ed è una condizione bizzarra, a ben pensarci, per un personaggio
che a rigore non possiede nemmeno un corpo mortale. Il corpo di Pinocchio ha
una sensibilità misteriosa, che obbedisce a leggi imprevedibili: scopriamo,
quando Maestro Ciliegia lo lavora con la pialla e con la scure, che è capace di
provare solletico e dolore, ma non mostra alcuna sofferenza quando, tre
capitoli dopo, il burattino si addormenta con i piedi sul caldano e il fuoco
glieli brucia completamente. Non è del tutto chiaro se Pinocchio possa morire:
quel che è certo è che la morte lo sfiora di continuo, e Manganelli trova così
interessante questa prossimità di Pinocchio con la morte da arrivare a
congetturare che l’intero romanzo sia in realtà costruito attorno a questo tema
occulto. Marisa Bello e Giuliano Spagnul sembrano seguirlo in questa lettura
dedicando un gruppo di tavole ad alcuni personaggi che sono particolarmente
legati a questo tema.
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| Mangiafoco |
Il primo di essi è Mangiafoco, il
burattinaio del Gran Teatro dei Burattini, deciso a utilizzare il legno di Pinocchio per portare a termine
la cottura della sua cena. Il nome del burattinaio è già evocativo del rogo che
attende Pinocchio: il fuoco che qualche capitolo prima ha divorato i piedi del
burattino minaccia ora di bruciarlo completamente. La morte sfiora Pinocchio
per la prima volta, ma è una morte teatrale, recitata, come si conviene al
luogo - un teatro - e ai personaggi coinvolti - un burattinaio e dei burattini.
Mangiafoco è un Orco, ma, scrive Manganelli, «patisce una sorta di dicotomia.
Orco deve esserlo, si sa, ma della sua parte d’Orco si servirà a beneficio
dell’inconfessabile fondo di brav’uomo». Ne nasce quella che il parallelista
interpreta come una recita improvvisata e insieme già scritta: nel momento in
cui Pinocchio accetta la morte, si adegua alla parte dell’eroe e viene
graziato, come impongono i cliché teatrali: «forse nemmeno Mangiafoco
sperava tanto», conclude Manganelli.
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| Il grillo parlante |
Il secondo personaggio è il Grillo. Questa
volta la morte non è minacciata, ma inflitta: Pinocchio è così infastidito dai
rimproveri del Grillo-parlante da uccidere il pedante insetto assestandogli una
martellata in testa. Questo gesto sembrerebbe l’atto conclusivo della «storia
di Pinocchio col Grillo-parlante» (così la chiama Collodi nella rubrica del
capitolo IV). Ma il Grillo è, evidentemente, un personaggio più complesso di
quanto sembri: la sua ombra torna dalla morte, nel capitolo XIII, per cercare
di fermare Pinocchio ed impedirgli di raggiungere il Campo dei Miracoli.
Pinocchio non è sorpreso di rivedere il Grillo; il lettore adulto, d’altra
parte, non può che trovare inquietante questo ritorno dall’aldilà. Si fa strada
il sospetto che questo ambiguo personaggio sia da sempre compromesso con la
morte e che, al di sotto della sua irrefrenabile vocazione pedagogica fatta di
frasi fatte e luoghi comuni, si nasconda qualcosa di più misterioso. Il dubbio
si fa certezza nella lettura di Manganelli, che trova nel «fioco monito del
grillo» la conferma del fatto che la destinazione ultima di Pinocchio non sarà
il Campo dei Miracoli, ma «il paese dei morti». Il Grillo è fedele a se stesso
e continua a consigliare Pinocchio, ma stavolta «dà il consiglio di tutti i
morti a tutti i vivi, il consiglio disperato e impossibile: “ritorna
indietro”».
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| Il gatto e la volpe |
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| La fata alchemica |
Ma prima che i due assassini riescano nel loro intento, Pinocchio tenta la fuga. È in questa circostanza che incontra per la prima volta un altro personaggio centrale del romanzo, a cui i due artisti dedicano addirittura due tavole. Si tratta della Fata - che a questo punto della storia si presenta a Pinocchio nella veste di «bella Bambina coi capelli turchini». Manganelli, nel Pinocchio parallelo, conia per lei l’epiteto di «Stregofata», a sottolinearne l’ambiguità di fondo: personaggio enigmatico e arcano, la Fata imprigiona Pinocchio in un gioco di sevizie e dolcezze, di condanne e perdoni che proseguirà, da qui in poi, fino alla fine del libro. Manganelli la chiama anche, altrove, Fata alchemica, ed è così che Marisa Bello e Giuliano Spagnul intitolano una delle loro tavole. La Fata-bambina si rivela, fin dalla sua apparizione, in intimità con la morte: si rifiuterà infatti di aiutare Pinocchio che bussa alla sua porta sostenendo di essere morta e, così facendo, consegnerà il burattino agli assassini e alla sua fine. «Possiamo supporre», si chiede Manganelli, «che la Bambina sia la morta signora dei morti, la lunare regina delle tenebre? Essa è gelida, ignara, indifferente; morta da sempre, non capisce la morte, né il terrore di Pinocchio».
Il Gatto e la Volpe acciuffano finalmente
Pinocchio e lo impiccano: è un’esecuzione dal sapore evangelico (molto è stato
scritto sulle possibili letture cristologiche di Pinocchio), che si chiude con
un’invocazione al padre («Oh babbo mio! se tu fossi qui!…») chiaramente
allusiva. Nel romanzo di Collodi la morte - il Grillo ce l’ha insegnato - sa
essere provvisoria, e questa morte in particolare, così simile a una Passione,
già promette una resurrezione: ritroveremo Pinocchio, vivo e vegeto, nel
capitolo seguente, salvato dalla Fata e accudito, tra altri medici, proprio dal
Grillo-parlante che, chiosa Manganelli, «dalla morte nella stanzetta di
Geppetto, si è fatto un gran viaggiatore».
La prima parte qui: http://marisa-bello-e-giuliano-spagnul.blogspot.it/2017/05/andrea-maiello-pinocchio-un-libro.html
La prima parte qui: http://marisa-bello-e-giuliano-spagnul.blogspot.it/2017/05/andrea-maiello-pinocchio-un-libro.html
(a breve la terza e ultima parte)
lunedì 29 maggio 2017
Andrea Maiello: "Pinocchio: un libro parallelo di Giorgio Manganelli" 1^ parte
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Amore, quello per l'arte, assolutamente ricambiato: i suoi migliori amici erano pittori, gli unici veramente in grado di 'vedere' e non semplicemente di 'leggere' gli scritti del Manga, il più immaginifico degli scrittori.
Per questo abbiamo voluto (o l'ha voluto il Manga, questo è tutto da definire) riunire tutte o almeno la maggior parte delle opere ispirate ai suoi libri (sempre che, trattandosi di lui, di libri si possa parlare). Opere dell'epoca e attuali. Opere di artisti che hanno letto Manganelli, e da allora non sono stati più gli stessi. Lietta Manganelli
Le opere esposte sono di: Nanni Balestrini, Paolo Beneforti, Paolo della Bella, Giuliano Grittini, Gloria Leonetti, Giuliana Maldini, Franco Nonnis, Gastone Novelli, Giovanna Sandri, Marisa Bello e Giuliano Spagnul.
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| Urbino. Casa della Poesia, sala dedicata a Pinocchio |
La mostra su “Pinocchio: un libro parallelo di Giorgio Manganelli” di
Marisa Bello e Giuliano Spagnul è stata esposta per la prima volta alla
Libreria Utopia di Milano nel 2007 e successivamente alla Galleria degli
artisti nel 2008. In questa seconda occasione Andrea Maiello (dottore di
ricerca in italianistica e autore di alcuni saggi sul Pinocchio di Manganelli) è
intervenuto con una serie di paralleli tra l’opera letteraria e le tavole
esposte. Qui di seguito riportiamo alcuni stralci dell’interessante intervento:
Italo Calvino scrive che Giorgio Manganelli, nel suo Pinocchio: un
libro parallelo, usa l’opera di Collodi «scrivendoci un libro sopra senza
cancellare il libro che c’è sotto». È una definizione impareggiabile, che
descrive bene il difficile equilibrio con cui Manganelli riesce ad edificare un
intero libro sui vuoti: eleggendo a oggetto privilegiato della sua attenzione
ciò che Collodi non scrive, Manganelli esplora nuovi itinerari di lettura fino
a costruire nuovi rapporti tra i personaggi, a schiudere significati inattesi e a
disegnare trame imprevedibili. In questo percorso, scrive Manganelli, è «tutto
arbitrario, tutto documentato»: non ci sono punti fermi, ma solo richiami ed
echi da cui, di pagina in pagina, il lettore si lascia attraversare.
Rappresentare il libro di Manganelli costituisce quindi, prima di tutto, una
sfida, perché significa confrontarsi con un materiale narrativo difficile da
dominare, fatto più da larve che da personaggi, più da allusioni che da eventi.
È un libro tutto incentrato sul potere della lettura, che si libera con forza
tanto maggiore quanto più gli iati e i silenzi del testo di Collodi si fanno
marcati. Marisa Bello e Giuliano Spagnul raccolgono molto bene questa sfida,
riuscendo pienamente nel difficile intento di rappresentare i silenzi e i vuoti
tra cui si fa spazio il testo di Manganelli. Non è impresa facile, perché richiede
la misura di “disegnarci sopra senza cancellare il libro che c’è sotto”, per
parafrasare Calvino. È una misura che i due artisti riescono a trovare e a non
perdere mai, di tavola in tavola; per questo è possibile percorrere le opere di
Marisa Bello e Giuliano Spagnul con le stesse strategie con cui è possibile
orientarsi nel Pinocchio parallelo: individuando cioè alcuni temi
fondamentali e inseguendone gli echi quadro dopo quadro.
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| alla catena |
Metamorfosi
Il tema della metamorfosi è forse quello più rappresentativo della
vicenda di Pinocchio: nell’immaginario comune, infatti, la storia di Collodi è prima
di tutto la storia di un burattino che diventa bambino. La metamorfosi finale
di Pinocchio, dal sapore pedagogico e un po’ stucchevole, è certamente quella
che maggiormente rimane impressa nella memoria dei bambini, che, prima ancora
di diventare lettori, si sentono raccontare la storia del burattino dagli
adulti. Eppure la trasformazione in essere umano non è l’unica trasformazione
vissuta da Pinocchio.
La prima delle tavole che fa riferimento alla metamorfosi è Alla
catena. Apparentemente sarebbe inappropriato parlare di metamorfosi, perché
in questa tavola, come è evidente, è rappresentato il burattino. Tuttavia le
metamorfosi, in Pinocchio, avvengono in due modi diversi: ci sono metamorfosi
vere e proprie, fisiche, che trasformano il burattino in un essere diverso, e
metamorfosi che hanno un valore simbolico o allusivo e che - non meno
importanti delle prime, soprattutto agli occhi del parallelista - non intaccano
l’aspetto di Pinocchio. Alla catena
rappresenta un episodio in cui Pinocchio è costretto a fare il cane da guardia
per sostituire Melampo, il cane di un contadino a cui Pinocchio ha cercato di
rubare dell’uva (siamo nel XXI capitolo). Il burattino non cambia fisicamente -
non diventa cioè qualcosa di diverso dal legno - ma, messo alla catena,
appunto, si trasforma simbolicamente in un animale, e uscirà cambiato da questa
esperienza: imparerà che la fame non giustifica una condotta disonesta, che non
è bene venire a patti con chi ruba e che non è utile né dignitoso infangare la
memoria dei morti. È solo una delle tante trasformazioni che subirà il protagonista,
che sembra incapace, nel corso di tutte le sue avventure, di rimanere ancorato
a una forma stabile, ad una definizione di se stesso. È, questa capacità “mercuriale”
del burattino, una delle doti che più colpiscono Manganelli, che segue
Pinocchio nelle sue varie avventure cercando di cogliere il valore segreto e
iniziatico di ogni trasformazione. Non sfugge infatti a Manganelli che «Pinocchio
è in grado di essere tutto ciò che gli si chiede» e che le sue trasformazioni «lo
interpretano e vogliono essere da lui interpretate; come accade delle
trasformazioni che non avvengono: ad esempio, diventar scolaro, o burattino
della compagnia drammatico vegetale».
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| il pescatore verde |
Anche la tavola intitolata Il pescatore verde evoca un episodio
che Manganelli annovera tra le metamorfosi di Pinocchio. Siamo nel XXVIII
capitolo, in cui il burattino corre il rischio di essere messo in padella dal
pescatore verde, indifferente alle proteste del povero Pinocchio, che viene scambiato,
tra acciughe e naselli, per un raro esemplare di “pesce burattino”. L’episodio,
per un lettore tradizionale, risulta più comico che significativo: non è così,
però, per il parallelista, che non può sottovalutare una simile regressione a
pesce - per Manganelli, infatti, già la sostituzione di Melampo aveva
costituito «il primo passo degradante verso la condizione umana». E non è un
caso (almeno per Manganelli) che anche in questo episodio vi sia la presenza di
un cane, Alidoro, che, alla fine, salverà il burattino dalla padella. La
classificazione del pescatore verde è letta da Manganelli come una fase rituale
che anticipa di poco un’ulteriore «trasformazione simbolica». Infarinato per la
frittura, Pinocchio pare, scrive Collodi un «burattino di gesso»: essi, chiosa
Manganelli, «nella gerarchia burattinesca erano assolutamente imparagonabili,
infimi, a petto dei burattini di legno». Secondo Manganelli, quindi, «prima di
essere gettato nell’olio bollente, Pinocchio subisce una degradazione simbolica».
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| il paese dei balocchi |
Il tema della metamorfosi attraversa altre due tavole di Marisa Bello
e Giuliano Spagnul. Si tratta di due opere che, quasi bilanciando idealmente le
precedenti, sono dedicate a trasformazioni che coinvolgono il corpo del
burattino in senso proprio. Nella tavola intitolata Paese dei balocchi è
rappresentato il celebre episodio del capitolo XXXII in cui Pinocchio, durante
il soggiorno al Paese dei balocchi, si trasforma in ciuco. È un episodio che
tutti ricordiamo, perché rappresenta un perfetto contrappasso per il burattino che ha marinato la scuola per seguire Lucignolo. Pinocchio è un libro che, prima ancora di
essere letto, ci viene raccontato dagli adulti, che enfatizzano volentieri una
trasformazione che sembra punire la negligenza di un burattino che ha marinato
la scuola per seguire Lucignolo. L’attenzione di Manganelli è naturalmente
attratta da ben altro: il parallelista sottolinea immediatamente e con solennità,
nell’incipit del capitolo, che «Pinocchio
è sulla soglia della prima trasformazione corporale», che lo porterà ad
attraversare la soglia, mai prima varcata, che divide il mondo vegetale da
quello animale.
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| la morte di Pinocchio |
La seconda tavola dedicata a una metamorfosi corporale è quella
che racconta l’ultima trasformazione di Pinocchio: quella da burattino a
bambino. È senza dubbio la metamorfosi più celebre dell’intero romanzo, ma allo
stesso tempo la più controversa. Tralasciando le ragioni filologiche che
portano a sospettare di questo finale (Collodi scrisse di non ricordare di aver
chiuso in questo modo il libro), alla metamorfosi conclusiva di Pinocchio il
lettore può reagire in due modi: salutare il nuovo corpo di bambino come il
premio finale per la buona condotta del protagonista, o considerare il
burattino abbandonato sulla sedia come una innocente vittima sacrificale.
Manganelli, dal canto suo, scrive esplicitamente che «la forma della
trasformazione per noi è la morte: e le ultime righe, che trattano della
trasformazione di Pinocchio, raccontano la morte di Pinocchio»: ecco allora che
non c’è titolo più appropriato, per la tavola dedicata alla metamorfosi finale
del burattino, di quello scelto da Marisa Bello e Giuliano Spagnul: La morte
di Pinocchio.
martedì 11 aprile 2017
Manganelli Finxit. Arte come menzogna
Le opere di una parte degli artisti in mostra sono visibili qui: http://manganelli.altervista.org/html/artisti.php
mercoledì 20 maggio 2015
sabato 1 marzo 2014
Opere di piccolo formato
Prossima mostra: Noi non camminiamo mai soli
alla Libreria Isola di Milano dal 15 maggio al 15 giugno 2015
Ultima mostra esposta.
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